...Pellegrinaggi

15.06.10 – In Terra Santa

Mi è stato affidato il difficile compito di raccontare la mia esperienza in Terra Santa. Forse dovrei cercare di parlare dell’esperienza del gruppo, ma so di non esserne capace, da individualista quale sono.
Mi sono dunque chiesta da dove cominciare, che cosa cercare di trasmettere.

Avevo molte paure prima di partire: la prima era quella di rimanere delusa, di toccare i luoghi della mia fede con scetticismo, col senso del “sarà vero?”, di guardarli con gli occhi disincantati di chi ha accumulato certezze e “non sarà certo un pellegrinaggio a darmi valore aggiunto”.
Non avevo mai partecipato ad un pellegrinaggio con l’idea – preconcetta e un po’ snob – che questo non potesse significare molto di più che recitare il rosario in pullman e cantare qualche inno a Maria.
In tutta franchezza ho accettato l’idea di questo viaggio solo perché mi fidavo di chi lo organizzava.
E adesso dovrei fermarmi qui salvo forse dire che il vissuto di questi otto giorni è stato quanto di più lontano dai miei timori e più dissimile dalle mie precedenti esperienze di viaggio che io potessi immaginare.

Gerusalemme, la prima tappa
“Non si va a Gerusalemme. A Gerusalemme si sale”, ci ha detto Gianmaria. E così è.
Non si può dire che Gerusalemme sia bella o interessante o piacevole. Queste sono cose che si dicono al ritorno da un qualsiasi viaggio in una qualsiasi città. Ma Gerusalemme è un mondo e di un mondo non si può dire che sia interessante o piacevole.
Questa Babele in cui le persone che vi abitano non si comprendono sembra aspettare la discesa dello Spirito. Tutta la meraviglia che appare ai nostri occhi arrivando a Gerusalemme (quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore) si trasforma in uno stupore doloroso mano a mano che ci addentriamo nei suoi vicoli.
Se dovessi usare una sola parola per descrivere Gerusalemme, questa sarebbe divisione. Le quattro parti in cui è composta, le parti in cui è separata la Basilica del Santo Sepolcro, i soldati – poco più che adolescenti – che ti impediscono di sostare in certi punti e di intimano di procedere, il muro che separa la città dai territori palestinesi. E così Gerusalemme diventa mondo essa stessa con le sue spartizioni, le sue inutili guerre, con il suo senso di precarietà e incertezza.

Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi”.
Le parole del Salmo vengono alla mente in modo spontaneo mentre osservi i rotoli di filo spinato che proteggono il quartiere armeno dagli altri, mentre passi il ferreo controllo prima di arrivare alla spianata delle Moschee (togliamo la Bibbia dagli zaini e la croce dei pellegrini che portavamo orgogliosi attaccata alla t-shirt), mentre incroci gli sguardi degli Ebrei ortodossi, lontani e indecifrabili.

Ma Gerusalemme è anche qualcos’altro: è un’entità in cui la dimensione spazio-temporale sembra
avere connotati molto diversi da quelli che conosciamo.
Camminando per i vicoli il quartiere musulmano diventa il quartiere ebraico e poi quello cristiano e... “adesso dove siamo?”. Per le strade sai francescani incontrano divise militari e poi yarmulke e pastrani neri. La Via Dolorosa non è una via alberata di campagna ma una strada rumorosa, piena di botteghe, affiancata ai due lati da case costruite in pietra. Eppure il respiro del tempo si sente, non è soffocato dai rumori, è proprio lì che la Croce ha fatto il suo percorso.

Partecipiamo alla Messa con Padre Giorgio: al momento del Padrenostro ecco la litania del Muezzin che penetra dalle finestre…

I segni
Per me questo è stato il viaggio dei segni. Ho imparato questa parola da Padre Giorgio: “Giovanni nel suo Vangelo non parla di miracoli, ma di segni”.

E i segni che ho incontrato sono tanti.
Sono il segno delle testimonianze di coloro che vivono la realtà della Terra Santa, da una parte e dall’altra. L’incontro con i beduini di Suor Alicia, quelli che non vuole nessuno, che con dignità rifiutano di rinunciare alla loro essenza e lottano ostinatamente per non perdere la loro identità. E poi il Parroco di Gerico nella sua solitudine piena di polvere e di un caldo che ti toglie le forze (che ti viene voglia di abbandonarti e di farti portare via da quel vento bollente), che ci mostra con orgoglio le coppe vinte dai suoi ragazzi nei tornei di calcio e ti chiedi dove trovi la voglia di accoglierti con i suoi datteri e la cocacola e di sorriderti con tanto entusiasmo. E poi l’arabo cristiano che sta dalla parte di Israele che è la sua patria ma deve andare via perché se no sua figlia cosa farà, con chi si sposerà, come farà ad essere felice?

E poi i segni della fede. Per ultimi perché sono i più preziosi, proprio quelli che temevo di non cogliere. E invece il Vangelo diventa Storia, il senso del divino ti sorprende e sai che c’è, che il Dio misericordioso e misterioso è passato da lì. Solo Lui potrebbe darmi la pace che provo mentre ascolto le onde del Mare di Tiberiade, solo Lui potrebbe farmi battere il cuore in modo inatteso e violento mentre mi chino ad adorare Gesù Bambino.

Monica Vinai


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