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Omelia del Cardinale Carlo Maria Martini
per il XV anniversario di episcopato

Duomo di Milano, 8 maggio 2005

Desidero anzitutto esprimere la mia più viva gratitudine a Sua Eminenza Reverendissima l’Arcivescovo Cardinale Dionigi Tettamanzi per l’invito a celebrare, addirittura a presiedere, questa Eucaristia in occasione del mio 25° di episcopato. Come egli ha ricordato sono stato ordinato Vescovo da Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1980. L’Arcivescovo Dionigi avrebbe voluto che celebrassi la ricorrenza nel suo giorno proprio e lo ringrazio per tanta premura. Ma, trovandomi a Gerusalemme, l’ho pregato di lasciare che vivessi il mio anniversario nell’ambiente più riservato e raccolto della santa città, rimandando ad oggi la celebrazione festosa in Diocesi. Lo ringrazio di cuore per tutta la sua accondiscendenza e bontà e per le molte parole benevole dette e scritte nei miei confronti in tale circostanza. Vedo in lui la mansuetudine di Mosè e la facondia di Aronne che guidano questo popolo verso il cammino della terra promessa e ne ringrazio il Signore.

Ringrazio di cuore tutti voi che siete qui, a partire dalle autorità che ci onorano con la loro presenza, le saluto cordialmente una per una. Ringrazio poi tutti i Vescovi, in particolare mi rallegro molto di vedere il Vescovo ausiliare di Gerusalemme, mia città di elezione. Ringrazio tutti i Vicari episcopali, i membri del Capitolo, l’Arciprete del Duomo, i decani, i presbiteri, i diaconi, i religiosi, le religiose, i membri dei Consigli pastorali e tutti voi che rappresentate l’intero popolo di Dio ambrosiano.

Sono grato che vi uniate al mio ringraziamento perché, come dice san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: «Per il favore divino ottenuto da molte persone siano rese grazie per noi da parte di molti» (2Cor 1,11). Molti favori divini ho ottenuto grazie alla vostra intercessione, e per questi molti favori divini chiedo la vostra collaborazione nella gratitudine, nel canto del Magnificat a Dio, nel ringraziamento a Dio per intercessione di Maria.

Ma qual è realmente la grazia per la quale noi cantiamo oggi il Magnificat, entrando nei sentimenti di gratitudine di Maria? Non mi pare sia semplicemente il dono dell’episcopato, che rimane ancora un dono esteriore, che si può anche lasciare – per così dire – arrugginire o non utilizzare ampiamente. Non è nemmeno il dono meraviglioso di questo splendido popolo ambrosiano, da cui ho avuto tantissimo, assai più di quanto non abbia saputo dare; si tratta certamente di una grazia immensa, eppure ancora un po’ informe. Mi pare che il ringraziamento a Dio sia soprattutto per quel motivo che Paolo ricorda nel capitolo 20 degli Atti degli Apostoli, perché mi è stato dato in qualche modo, pur con molti difetti, con molte manchevolezze, con molte fragilità, «di rendere testimonianza al messaggio della tenerezza di Dio». Questo è il motivo per cui ringraziamo il Signore: ci è stato concesso di «rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio».

Quando si rende questa testimonianza a Dio, a Lui soltanto, allora anche un granello di senapa pesa quanto una montagna e un piccolo sforzo viene valorizzato come una grande cosa. Dice la Madonna: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente». E commenta Karl Barth: «Il Signore fa sempre grandi cose per coloro che ama, anche se sono piccole cose in sé».

Sono dunque grato a te o Signore, Dio Padre nostro, misterioso Iddio, inconoscibile e grande, immenso, eterno, infinito, perché hai dato la possibilità a me, povero e debole, di rendere testimonianza alla forza della tua Parola, e in particolare di rendere qualche testimonianza alla forza di questa Parola nella Scrittura, nelle Scritture Sacre del Primo e del Nuovo Testamento.

E anche oggi, per non perdere questa abitudine, vorrei rendere grazie a partire dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato, dalle tre letture tratte dal libro degli Atti degli Apostoli, dalla Lettera di Paolo agli Efesini e poi dal capitolo ultimo del Vangelo secondo Matteo.

Innanzitutto la prima lettura. Di questa io ritengo, anche per brevità, soltanto le ultime parole, là dove si dice: «Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». Queste parole mi dicono molto, perché dalla mia finestra di Gerusalemme io vedo il Monte degli Ulivi e intravedo il luogo tradizionale della Ascensione, segnato da un piccolo minareto. E sento come di là mi risuonino dentro queste parole: «Gesù tornerà, tornerà, a quel modo in cui l’avete visto andare in cielo». Allora mi sorge nel cuore la preghiera: vieni, Signore Gesù, ritorna a visitarci. Signore Gesù, noi amiamo, attendiamo la tua manifestazione, desideriamo che venga il tuo regno, che siano saziate la nostra fame e sete di giustizia, che si compia la tua volontà in pienezza. Fa’ che cerchiamo anzitutto, come ci hai insegnato nel Discorso della montagna, il regno di Dio e la sua giustizia. Chiedo la grazia che questo regno venga, e non semplicemente che venga quasi impercettibilmente nella storia, ma che venga nella sua manifestazione totale e definitiva, là dove tutto sarà chiaro, tutto apparirà trasparente. E’ a partire da quel momento culminante in cui la storia sarà giudicata da Dio, che noi siamo invitati a leggere la nostra piccola storia di ogni giorno. Il Signore viene, il Signore verrà, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.

Si dice giustamente che nel mondo c’è molto relativismo, che tutte le cose sono prese quasi valessero come tutte le altre, ma c’è pure un “relativismo cristiano”, che è il leggere tutte le cose in relazione al momento nel quale la storia sarà palesemente giudicata. E allora appariranno le opere degli uomini nel loro vero valore, il Signore sarà giudice dei cuori, ciascuno avrà la sua lode da Dio, non saremo più soltanto in ascolto degli applausi e dei fischi, delle approvazioni o delle disapprovazioni, sarà il Signore a darci il criterio ultimo, definitivo delle realtà di questo mondo. Si compirà il giudizio sulla storia, si vedrà chi aveva ragione, tante cose si chiariranno, si illumineranno, si pacificheranno anche per coloro che in questa storia ancora soffrono, ancora sono avvolti nell’oscurità, ancora non capiscono il senso di ciò che sta loro accadendo.

Il Signore verrà e io lo vedo ogni mattina, perché il sole sorge proprio dal Monte degli Ulivi e col sorgere del sole sento la certezza del venire del Signore per giudicare fino in fondo la nostra vita e renderla trasparente, luminosa, oppure per purificarla là dove essa necessita di purificazione.

Ecco dunque l’ammonimento che ricavo dalla prima lettura: tutta la storia sarà giudicata da Dio. La storia non è un processo infinito che si avvolge su se stesso senza senso e senza sbocco; è qualche cosa che Dio stesso raccoglierà, giudicherà, peserà con la bilancia del suo amore e della sua misericordia, ma anche della sua giustizia. Noi abbiamo bisogno in questa storia del dono del discernimento, per prevenire in qualche modo, per sintonizzarci con il giudizio di Dio sulla storia umana, sulle vicende che si svolgono attorno a noi e soprattutto sulle vicende che si svolgono nel nostro cuore. Nella seconda lettura si insiste sul dono del discernimento che tanto spesso ho chiesto per me e per voi in tutti questi anni, pregando il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, che vi desse uno “Spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui”.

Certo è bello aver visto, come ho visto anch’ io un mese fa, le folle, milioni di persone rendere testimonianza alla salma di Giovanni Paolo II, aspettando magari dieci ore per poter vedere per mezzo minuto quest’uomo che è stato, giustamente, esaltato nella sua morte come padre spirituale dell’umanità, come guida spirituale del mondo intero. In un mondo globalizzato ci voleva un padre spirituale che dicesse parole capaci di commuovere tutti, parole di giustizia, di verità, di pace, parole contro la guerra, contro le violenze. E la gente lo ha riconosciuto ed è stato bello assistere a questa testimonianza. Tuttavia guardando la gente che sfilava davanti alla salma di Giovanni Paolo II, pensavo che a poco varrebbe venerare un padre spirituale dell’umanità se Dio poi non parlasse nell’intimo di ogni cuore, indicando a ciascuno di noi qual è il nostro compito, la nostra vocazione, ciò che dobbiamo fare, ciò che è chiesto proprio a noi e non ad un altro. Non bastano le parole generiche, non bastano le esortazioni valide per tutti; Dio stesso vuole entrare in comunione immediata con ogni creatura umana per guidarla, attraverso la scoperta della sua missione e della sua vocazione.

Per questo ho tanto pregato per voi dicendo: possa tu, o Signore, illuminare gli occhi della nostra mente, per farci conoscere a quale speranza ci hai chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la tua eredità tra i santi, qual è la straordinaria grandezza della tua potenza verso noi credenti e come vuoi che noi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, navighiamo e la mettiamo in pratica vivendo la nostra vocazione irrevocabile, irripetibile, non cedibile ad altri, ciò che il Signore aspetta da ciascuno di noi. E ciascuno di noi può dargli grandi cose perché, come ho già ricordato, «grandi cose fa in noi l’Onnipotente».

Dunque ho chiesto per voi e per me il dono di discernimento e perciò ho tanto insistito in questi anni sulla lectio divina, cioè sulla lettura orante della Scrittura; infatti è proprio mediante la lectio divina che veniamo a comprendere ciò che Dio vuole da noi se ascoltiamo quella Parola che, come diceva Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte, «plasma, illumina interiormente e forma la coscienza del singolo cristiano».

Abbiamo bisogno di credere come comunità cristiana, ma anche di credere fortemente come singoli, chiamati, illuminati, toccati personalmente dalla voce di Dio, dalla sua grazia, dalla sua Parola misteriosa. Per questo la lettura orante dei libri sacri è un aiuto indispensabile per poterci orientare nelle vicende del mondo e soprattutto nelle vicende della nostra personalità, del nostro cammino individuale.

Vengo ora alla pagina evangelica, della quale mi limito a commentare il comando di Gesù: «Ammaestrate tutte le nazioni». Forse il verbo andrebbe tradotto meglio con “fate discepole” (matheteusate) tutte le nazioni, immergendole nella potenza di Dio, insegnando loro ad osservare tutto ciò che il Signore ha comandato. E tutto ciò che ha comandato, in Matteo è – lo sappiamo bene – il Discorso della montagna, o ancora, Matteo 25: « Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me». È questo che dobbiamo insegnare a osservare ed è molto importante tale discorso oggi. Io lo avverto vivendo in un luogo di particolare sofferenza, dove vengono al pettine i nodi dell’umanità, a Gerusalemme, in Medio Oriente. Abbiamo tutti un immenso bisogno di imparare a vivere insieme come diversi, rispettandoci, non distruggendoci a vicenda, non ghettizzandoci, non disprezzandoci e neanche soltanto tollerandoci, perché sarebbe troppo poco la tolleranza. Ma nemmeno – direi – tentando subito la conversione, perché questa parola in certe situazioni e popoli suscita nodi invalicabili. Piuttosto “fermentandoci” a vicenda in maniera che ciascuno sia portato a raggiungere più profondamente la propria autenticità, la propria verità di fronte al mistero di Dio.

A questo scopo non c’è mezzo più concreto, più accessibile, delle parole di Gesù nel Discorso della montagna. Parole che nessuno può rifiutare perché ci parlano di gioia, di beatitudine, ci parlano di perdono, ci parlano di lealtà, ci parlano di rifiuto dell’ambizione, ci parlano di moderazione del desiderio di guadagno, ci parlano di coerenza nel nostro agire («sia il vostro parlare sì, sì; no, no»), ci parlano di sincerità. Queste parole, dette con la forza di Gesù, toccano ogni cuore, ogni religione, ogni credenza, ogni non credenza. Nessuno può dire: «Non sono per me: la sincerità non è per me, la lealtà non è per me, il lottare contro la prevaricazione sui beni di questo mondo non è per me…». È un discorso per tutti, che accomuna tutti, che richiama tutti alle proprie autenticità profonde, ed è quel discorso che ci permetterà di vivere insieme da diversi rispettandoci, non ghettizzandoci, non distruggendoci, nemmeno tenendo le dovute distanze, ma “fermentandoci” a vicenda.

Allora, se faremo così, tutti gli uomini si riconosceranno in tali valori, si sentiranno più vicini, più compagni e compagne di cammino, sentiranno di avere in comune delle realtà profonde e vere, delle realtà che forse non avrebbero saputo scoprire senza le parole di Gesù. Allora, al di là di differenze etniche, sociali, addirittura religiose e confessionali, l’umanità troverà una sua capacità di vivere insieme, di crescere nella pace, di vincere la violenza e il terrorismo, di superare le differenze reciproche. Sarà allora pienamente manifesto il messaggio della grazia di Dio, che è stato dato a san Paolo di portare alle sue comunità e di cui anch’io sono stato fatto partecipe nell’ordinazione di 25 anni fa.

E sarà vicino, più vicino, il ritorno del Signore, sarà più vicina la discesa della celeste Gerusalemme, sarà possibile gridare: «Benedetto il nostro Dio, egli è colui che viene, egli è colui che ci salva». Amen.

Carlo Maria Martini, Arcivescovo Emerito

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