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20.05.05 – I nomi di Dio 13 – Shem ha-Meforash (3: non leggere come è scritto)

La proibizione della pronuncia del Tetragramma scritto era basata su Es 3,15 da Abyna, un amora babilonese, il quale parafrasava così le ultime parole di quel passo: “Non sono letto, dice Dio, come sono scritto; io sono scritto con yod, he [], e pronunciato con alef e dalet []”(v. Kid. 71a; Pes. 50a). Questo sembra essere un antico midrash tannaitico a Es 4,15, al quale Yacob bar Aka allude in Yer. Sanh. 28b.
Similmente le parole (Es 3,15) and (Qo 3,11) erano spiegate in riferimento alla non-pronuncia del Tetragramma. Nella sua interpretazione del secondo passo, Ahabah b. Ze’era (IV sec.) dice: “Gli uomini si uccidono a vicenda – così dice Dio – perdino pronunciando la parafrasi del Nome Divino; che cosa farebbero se io insegnassi loro il Shem ha-Meforash?”. La miracolosa potenza di questa parola, che qualche volta è stata fatale per sua forza, è citata tanto presto, quanto la haggadah tannaitica. Così, R. Nehemiah dice che Mosè uccise l’egiziano (Es 2,14) pronunciando “il Nome” contro di lui (Lev. R. XXXII.; Ex. R. ii.); rispose anche alla domanda al Sal 114,2: “Cosa vide il mare?” con queste parole: “Vide il Shem ha-Meforash inciso sul bastone di Aronne, e fuggì” (Pesik. 140a; Midr. Hallel, in Jellinek, "B. H." v. 95).
Nel passo aggadico che ricorre in parecchi luoghi, Simeone b. Yokai, un altro allievo di Akiba, menziona un ornamento dato agli israeliti al Monte Sinai sul quale era inciso il Shem ha-Meforash (Cant. R. I.4 et passim; v. Bacher, "Ag. Tan." II.118), mentre una catena e un anello sul quale erano scritti il Nome erano citati nella leggenda di Salomone e Asmoneo (Gik. 68b). Le “armi da guerra” citate in Ger 21,4 sono il Tetragramma (Midr. Teh. al Sal. 36, fine); e Pirke R. El. (38, fine) afferma che Esdra, Zorobabele e Giosuè pronunciarono la grande scomunica sui samaritani mediante il “mistero del Shem ha-Meforash”.
Secondo il Midrash Samuele XV, i maestri così spiegavano le parole di Es 4,28: Mosè rivelò il Nome di Quattro Lettere ad Aronne. Pineas b. Yair, uno degli ultimi tannaita, pose la domanda: “Perché le preghiere di Israele non sono ascoltate?”, e rispose – secondo Giosuè b. Levi: “Perché non conoscono i misteri del Shem ha-Meforash” (Pesik. R. 14); ma, secondo Eleazaro b. Pedat, l’espressione “alleluia” (Sal 113,1 ecc.) implica che Dio è lodato dal suo Nome completo non in questo mondo, ma nel mondo a venire (Midr. Teh. al Sal 113; cfr. 'Er. 18b). Interpretando “e questo suo nome” (Zc 14,9), Nakman b. Isacco, un amora babilonese del IV sec., diceva (Pes. 50a): “Il mondo futuro non è simile a questo mondo. Qui il nome di Dio è scritto and letto ; là è anche letto ”. L’opinione secondo cui la preghiera è più efficace se il nome di Dio è pronunciato in essa come è scritto ha condotto i maestri di Kairwan a porre la domanda a Hai Gaon (X sec.) con riferimento alla pronuncia del Shem ha-Meforash; egli rispose che esso non può essere pronunciato affatto al di fuori della Terra Santa (Hai Gaon, "Ka'am Zekenim," p. 55; v. Löw, "Gesammelte Schriften," I, 204).

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